Sergio Endrigo, ritorno con applausi
LA RIVINCITA DI UN CANTANTE PER BENE
di Luigi Bolognini
Quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che ha solo Sergio Endrigo sono rimaste tali e quali anche col passare degli anni, anche col rarefarsi dei concerti e dei suoi dischi. «In realtà ho inciso 5 cd dall’80 al ‘95, ma non li hanno mai distribuiti davvero. E in tv non mi invitano» protesta garbatamente il cantautore. Motivo? Non ha immagine, anzi ha proprio la nomea del triste. In tempi in cui nella musica imperano rumore e look giovanilistici, questo è un peccato capitale. Anche se disponi di uno dei maggiori talenti musicali e poetici italiani, che assieme a gente come Paoli, Bindi, Tenco diede la scossa a una scena musicale incrodata sulla melodia classica e sulle banalità romantiche proponendo canzoni fatte di impegno sociale e intimismo che parlavano dei problemi della vita quotidiana. «La verità è che i tempi sono cambiati: una volta cantavo per i sessantenni e per i quindicenni, ora no».
Eppure sono ancora tanti ad amare Endrigo, come hanno dimostrato i tre concerti milanesi che, a sorpresa, hanno interrotto un ritiro dalle scene quasi totale. Ai primi due, lo scorso fine settimana, hanno dovuto mandare via la gente perché il teatro Verga non bastava. Al terzo, per l’otto marzo, pure il teatro l’Arca era pressoché pieno. Chiamato a rendere omaggio alle donne, Endrigo le ha cantate in mille modi. Da quello malinconico di Canzone per te («la solitudine che tu mi hai regalato io la coltivo come un fiore») a quello realista di Teresa («per te non sono stato il primo, nemmeno l’ultimo»), da quello ironico di Via Broletto 34 («quando io la bacio lei ride o parla d’altro o mangia noccioline») a quello rassegnato di Annamaria («l’inverno è già tornato senza te, di te mi resterà solo il tuo dolce nome»). E il pubblico, fatto sì in maggioranza di donne ma anche di una robusta minoranza di uomini (in prima fila Ricky Gianco) ha gradito, regalando applausi a scena aperta a lui e al suo partner alla chitarra, l’ottimo Nicola di Staso.
[di Luigi Bolognini (da La Repubblica, sezione Milano; del 10 Marzo 2001)]
