C’era un pubblico numeroso ed emozionato domenica sera al Teatro Quirino di Roma ad ascoltare Sergio Endrigo. Endrigo stesso non si aspettava una tale partecipazione considerando che da troppi anni ormai i numeri non gli danno ragione.
Emozionato anche lui quindi ma nel complesso in buona forma nonostante i recenti problemi di salute.
Con lui, sul palco, Andrea Esposito e Nicola Distasio alle chitarre e un maxischermo che ripropone immagini del suo lungo percorso artistico. Il recital si apre con un assolo di Maurizio Sallusti al sax che “saluta” Endrigo con le note di Io Che Amo Solo Te fortunatissimo brano del 1962 che almeno per il grande pubblico è forse il pezzo che più lo rappresenta. Quindi è la volta di Achille Millo grande “voce” di tanti grandi poeti che recita per Endrigo una poesia di Endrigo stesso, “uno dei tanti scritti che nel tempo ho accumulato e per questa occasione tirato fuori dal cassetto”. La poesia è bella e coinvolge, come del resto le più di duecento che nel corso degli anni ha invece deciso di cantare.
Il concerto è patrocinato dal Comune di Roma e l’assessore alle politiche culturale Borgna autore di una famosa “Storia della Canzone italiana” consegna ad Endrigo un premio alla carriera da parte del Sindaco.
Assenti i “grandi” della canzone d’autore che non conoscono evidentemente chi è il loro padre (poveretti !), è invece del pubblico Amedeo Minghi che invitato dalla presentatrice a salire sul palco a fine concerto, ha speso parole di grande ammirazione per Endrigo sottolineando, un po’ incautamente forse, di sentirsi un suo discepolo. Con Endrigo si sono esibiti, interpretando sue canzoni, Cristian Mancini Carlo Carulli e Gegia.
Purtroppo Sergio Endrigo continua a non essere proposto per quello che vale e per ciò che rappresenta nel panorama della cultura musicale italiana del novecento. Forse un po’ di responsabilità le ha anche lui: troppo onesto, troppo modesto nel definirsi, nel proporsi nel raccontarsi. Certo, proprio per questo è un grande uomo per queste sue qualità morali che ne fanno un antidivo, una persona semplice e cordiale. “Un uomo buono” ha detto di lui il giovane Carlo Carulli salutando il pubblico dopo aver cantato un suo brano. Talmente buono e onesto che essendo, peraltro, nato nel 1933, tutti coloro che domenica sera sono saliti sul palco sembravano andati per salutare un caro vecchio zio sul viale del tramonto. Ed Endrigo se ne è accorto. E l’ha detto a chiare note che non era lì per elemosinare commiserevoli effusioni ma per proporre la sua arte, la sua musica la sua poesia.
A noi che lo seguiamo da sempre, che lo abbiamo ascoltato per venti trenta o quarant’anni le cose ci sono apparse subito chiare. Alle 21,15 sul palco del Teatro Quirino per noi è salito l’autore di canzoni che più di ogni altro in Italia ha saputo cantare cosa vuol dire nella sua interezza “l’essere uomini” consegnandoci alcune tra le più belle canzoni di tutti i tempi.
Io sono convinto che alla fine dello spettacolo se ne siano resi conto tutti i presenti. Anche quelli venuti solo per sapere se ancora se la cava con la voce o per riascoltare qualche motivetto di trent’anni fa o perché il concerto era gratuito. Sono convinto che si siano accorti che Endrigo può e deve essere recitato, come ha fatto Achille Millo e che quando si va ad ascoltare Sergio Endrigo si va – oltre che per sentire musica – per chiacchierare di poesia e di canzoni di storia e di storie per ascoltare barzellette e per far filosofia. Con Endrigo si fa cultura insomma.
Vinicius de Moraes, Ungaretti, Jose Marti, Borges tra i poeti conosciuti amati tradotti e ricordati da Endrigo nel suo spettacolo di ieri sera. Cultura a tutto tondo quindi e non solo musicale. Cultura autentica non millantata, piacevole e discreta, di valore ma per tutti, che rallegra chi la riconosce e incuriosisce chi la ignora.
Grazie Sergio per essere stato con noi al Teatro Quirino. Ma noi ti rivogliamo al più presto. Con l’augurio e con la speranza che per il prossimo appuntamento l’universo musicale e artistico di questo nostro paese si svegli improvvisamente da un incomprensibile letargo e stia lì con te a cantare e suonare le tue grandi canzoni e ad applaudire la tua arte.

[Paolo Chieruzzi]